Quattro giovani iraniani che non possiamo lasciare soli

Ci sono storie che, appena le conosci, non ti lasciano più in pace.
Quella di Ehsan, Vahid, Pouya e Babak è una di queste.

Quattro ragazzi iraniani rischiano oggi l’esecuzione immediata. Le loro condanne arrivano da processi senza garanzie, confessioni estorte sotto tortura e accuse generiche costruite per farli tacere. Non sono numeri: sono vite, sogni, famiglie e un futuro messo a rischio.

Chi sono

Ehsan Faridi, 22 anni, studente a Tabriz, arrestato dopo una convocazione in procura. Nessuna prova concreta, solo l’etichetta di “minaccia alla sicurezza nazionale”. Ora attende la decisione della Corte Suprema.

Vahid Bani Amrian, laureato in ingegneria gestionale, picchiato e torturato nella sezione 209 del carcere di Evin. Talmente malmenato che gli hanno fatto firmare un foglio per coprire le responsabilità dei suoi aguzzini.

Pouya Ghobadi, ingegnere elettrico, ha vissuto lo stesso schema: arresto, torture, trasferimento, processo-lampo, condanna.

Babak Alipour, laureato in giurisprudenza, arrestato per la terza volta a dicembre 2023 e detenuto quattro mesi nella sezione 209 di Evin senza alcuna certezza sul suo destino. Nel maggio 2024, insieme a Vahid, è stato accusato di “Baghi” e condannato a morte.

Un metodo sistematico

Gli organismi ONU confermano che in Iran la pena di morte viene usata come strumento politico, non come giustizia.
Processi farsa, confessioni estorte, repressione del dissenso. Spesso sono i giovani e chi osa esprimere opinioni a finire nel mirino.

L’attenzione internazionale funziona

Negli ultimi mesi, grazie alla pressione internazionale, altre esecuzioni sono state fermate o rinviate. Campagne da Berlino, Ginevra, Stoccolma, roma… un coro che si è fatto sentire. Quando il mondo guarda, la differenza tra vita e morte diventa reale. E questi quattro ragazzi possono ancora essere salvati.

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Quattro vite e un obiettivo comune: giustizia

In un mondo dove l’ingiustizia sopravvive grazie all’indifferenza, anche il gesto più piccolo può essere un punto di svolta.
Ehsan, Pouya, Vahid e Babak stanno aspettando giustizia — stanno aspettando anche noi.

Impegniamoci per un futuro in cui nessuno venga più condannato a morte per le sue idee, per una protesta pacifica o per il sogno di un Paese migliore.
Questa è una responsabilità umana, prima ancora che politica.

È il momento di alzarci. È il momento di scegliere la vita.

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