Tre anni fa, le strade da Teheran a Ahvaz e da Tabriz a Zahedan tremarono al grido di protesta «Morte a Khamenei».
Lo slogan «Morte al tiranno, sia esso re o leader» risuonò dalle coste del nord a quelle del sud del paese, mostrando che il popolo iraniano non accetterà il ritorno alla tirannia e desidera una società basata sulla libertà e sull’uguaglianza.
La rivolta del 1401, scatenata dall’uccisione di una giovane donna innocente, Mahsa Amini, da parte della polizia morale, continuò per sei mesi sotto la guida di donne e ragazze giovani; donne la cui coraggiosa voce continua a risuonare in ogni vicolo e strada dell’Iran, portando al mondo il grido «Donna – Resistenza – Libertà». Questa rivolta, oltre a essere una tempesta passeggera, fu un punto di svolta nella storia contemporanea dell’Iran; il segno più chiaro è che le donne iraniane e la società che esse ispirano non torneranno mai al silenzio.
Le forze repressive del regime aprirono il fuoco sui manifestanti, oltre 30.000 persone furono arrestate e circa 750 uccise. Il regime della Repubblica Islamica giustiziò giovani manifestanti, arrivando persino ad appendere uno di loro in pubblico. Tuttavia, i gridi di libertà non si spensero mai.
Questa insurrezione non fu un fenomeno improvviso.
La rivolta del 1401 nacque dal cuore di quattro decenni di lotta organizzata contro un governo misogino.
Fin dai primi giorni del regime teocratico, le donne trasformarono il dolore in resistenza e la resistenza in un ideale nazionale.
Una resistenza profondamente radicata.
Negli anni ’80, il regime di Khomeini consolidò il suo potere attraverso arresti di massa, torture ed esecuzioni.
Migliaia di giovani donne, studentesse, lavoratrici, infermiere, mediche e membri della resistenza clandestina, nonostante torture, prigionia e squadre d’esecuzione, rimasero determinate a non arrendersi.
Il loro coraggio ebbe un costo elevato, ma lasciò un’eredità duratura: una testimonianza di coraggio, organizzazione e della convinzione che il vero cambiamento si realizza solo con volontà forti e sacrifici concreti.
Questa eredità emerse nuovamente nelle proteste del 2009 e ancora una volta nelle sanguinose proteste di Aban 2019, che scossero le fondamenta del regime. Persino i media governativi non poterono ignorare la verità: il quotidiano Shargh scrisse del «ruolo speciale delle donne» nell’organizzazione delle proteste, e l’agenzia di stampa Fars ammise la «guida e il protagonismo unico delle donne».
Questi momenti storici dimostrarono che la resistenza organizzata può sopravvivere anche alla repressione più brutale.
Nel 1401, le donne guidarono le proteste dalle università alle piazze cittadine, affrontando le forze armate.
Le immagini di donne disarmate che sfidavano le forze armate scossero il mondo intero e mostrarono un nuovo volto dell’Iran: un Iran le cui figlie non si piegano.
Ma il coraggio da solo non basta.
La questione è se la comunità internazionale abbia il coraggio di camminare al fianco di quel coraggio.
Condannare a parole le esecuzioni e gli arresti di massa non è sufficiente.
I governi che sostengono i diritti umani devono imporre sanzioni mirate contro i responsabili di omicidi e torture, fornire strumenti di comunicazione indipendenti agli attivisti, inviare commissioni indipendenti a visitare le carceri iraniane e mantenere i prigionieri politici iraniani al centro dell’attenzione globale